Se nulla importa, non c’è niente da salvare.

Non so bene cosa mi sia passato per la mente quando ho deciso di leggere l’ultimo libro di Foer. Sarà stato il rosso della copertina, oppure qualche recensione ben fatta, letta distrattamente sulla tazza del water. Fatto sta che l’ho letto d’un fiato e mi ha generato una serie di scompensi emotivi e di disordini vulcanici al mio rodato sistema etico personale. Il libro in questione infatti non è un romanzo, come mi aspettavo, ma un saggio sull’umana abitudine di cibarsi di carne, che si intotola “Se niente importa”. L’autore, in attesa della nascita di suo figlio, si pone degli interrogativi sul senso profondo di questa abitudine e indaga con competenza e profondo senso critico il mondo della produzione di carne negli states.

Come potete immaginare, specialmente nella terra degli amburger e del tacchino del ringraziamento, la produzione industriale di carne è una delle dimensioni più aberranti mai prodotte dall’uomo e occupa il 99% dell’attività zootecnica americana; orientate solo all’incremento dei profitti ed al mantenimento dei prezzi bassi, gli allevamenti intensivi sono una veria e propria bomba ad orologeria oltre che un’aberrazione etica. Gli animali sono ormai considerati come merce e come tali vengono trattati, trascurando completamente aspetti come il loro benessere ed una morte rapida e senza dolore. Inoltre la selezione genetica messa in atto sugli animali da allevamento ha creato delle creature amorfe, malate e incapaci di riprodursi.

In questo viaggio allucinante dentro allevamenti e mattatoi americani, Foer trova le risposte agli interrogativi etici che si era posto, spingendo il vegetarianesimo e il veganesimo come unica soluzione concreta per fermare il massacro zoologico e salvare il mondo dalla catastrofe ambientale. Particolarmente inquietante il capitolo dedicato alle influenze letali che si possono generare all’interno di questi allevamenti, dove ormai le bestie non hanno più un loro sistema immunitario e vengono tenute in vita attraverso la somministrazione costante di antibiotici. Il bisturi analitico dell’autore prende in considerazione tutti gli aspetti della produzione, dal problema delle feci, agli allevamenti ittici, fino al rapporto che abbiamo con il cibo, senza mai cadere in posizioni ideologiche o senza fondamento. Nel corso della sua ricerca Foer si imbatte anche in alcune eccezioni del sistema: fattorie o macelli che ancora considerano gli animali come creature viventi, che portano avanti una politica d’eccellenza sia nell’allevamento che nella macellazione, ma sono puntini nell’oceano e non potranno mai incidere significativamente sulla produzione globale.

Io non sono mai stato vegetariano; sono cresciuto in una famiglia toscana dove il cibo stava e stà esattamente al centro di quasi tutti i rapporti sociali, sia nella famiglia che altrove. Io e mio fratello abbiamo a disposizione un’intera antologia mitologica di eventi che hanno come elemento di sfondo il cibo, il piacere della tavola e la socialità che ne scaturisce. Il sapore del sugo di mia nonna è scolpito ormai nel mio DNA al pari del colore dei miei occhi, è cultura nel senso più stretto del termine. Se Proust andava in brodo di giuggiole per un biscotto al burro io ho bisogno di un piatto di pici con il sugo. rinunciare alla carne per me è come buttare nel cesso una parte costitutiva della mia personalità, un pezzo rilevante della mia storia, una forma di suicidio culturale. Rinunciare a due fette di pane toscano con il prosciutto e un bel gottino di vino (anche esso considerato cibo da mia nonna) equivale ad una forma di tradimento. So che per molti può sembrare assurdo, o solo un modo banale per trovare giustificazioni al proprio egoismo e menefreghismo, ma vi giuro che io ‘sta cosa me la vivo male. Nonostante la realtà italiana non è uguale a quella americana, è evidente che in linea di tendenza anche questo paese stà abbracciando le pratiche della zootecnia intensiva. Il problema evidenziato da Foer è reale e qualsiasi individuo fornito di una coscienza non può non provare vergogna ogni volta che si trova danti al banco di un supermercato. L’oblio che ci autogeneriamo per non pensarci, ci permette di vedere solo della carne saporita da cucinare, quando invece è l’espressione diretta del peggiore dominio dell’uomo sul resto della natura. Le cose che ho letto su questo libro forse già le sapevo, ma ha avuto il merito di risbattermele in faccia, cambiando radicalmente il mio modo di osservare un pollo incellophanato dell’esselunga, facendomi virare magari su una zucchina o su un pomodoro. Diventare vegetariani non è facile, per i motivi di cui ho parlato prima, ma di sicuro mangiare molta meno carne e soprattutto scegliere il posto giusto dove comprarla deve essere elemento centrale del nostro quotidiano: certo, comprare carne buona, allevata bene e ben macellata, magari vicino a dove viviamo, non è cosa semplice e richiede tempo e denaro, ma molto meglio spendere un pò di più e mangarne molto meno, che essere complici di questo schifo. Come dice giustamente la nonna di Foer: “se niente importa, allora non c’è niente da salvare”.

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1 risposta a Se nulla importa, non c’è niente da salvare.

  1. Rosaria scrive:

    Grazie

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